Sul sito della Presidenza del Consiglio dei Ministri c’è una lista in cui sono elencati tutti i governi dal 1943 (inclusi quelli nel periodo dell’Ordinamento provvisorio e della Costituente) ed è abbastanza inquietante notare come non ci sia mai stato un governo che, dal ’48 ad oggi, abbia coperto un’intera Legislatura. In verità uno ce n’è, quello della XV, che però è durata solo 2 anni (e poi era il Governo Prodi II, per cui, comunque non avrebbe rappresentato alcun riscatto). In 79 anni di Repubblica italiana, il Paese ha avuto 67 crisi di governo, in media una ogni 14 mesi. In pratica, se si contano i giorni in cui il Paese ha avuto un governo “di ordinaria amministrazione”, vengono fuori 2236 giorni, che sono poco più di sei anni, ovvero una Legislatura più un quinto. In Italia, negli ultimi 30 anni, il Presidente del Consiglio è cambiato 18 volte, al pari della Francia; nello stesso periodo di tempo, in Germania si sono alternati 4 capi di governo (senza considerare Merz, naturalmente), in Spagna 5 e nel Regno Unito 10. E indovinate un po’ chi è quello che ha governato per più tempo? Berlusconi, con 3339 giorni in carica, di cui 1412, quelli del Berlusconi II (2001-2005), trascorsi al governo italiano più duraturo di sempre (tolto quello Mussolini, chiaramente). Proprio così! Il nostro statista più longevo è stato un mafioso e un criminale.
Siamo un Paese in crisi perenne, ci piace litigare e farci i dispetti. Solo che, in virtù di tutto questo, mi chiedo: ma il Governo Meloni come cazzo fa a stare ancora in piedi?
Eh sì, perché l’attuale esecutivo, zitto zitto, cacchio cacchio, è il quinto governo per durata dal 1948, addirittura l’undicesimo dall’Unità d’Italia. È in carica dal 22 ottobre 2022, da esattamente 889 giorni. E ricordo che, nei giorni successivi alle votazioni, avevo già annusato una brutta aria, perché, al di là della maggioranza di consenso – che tanto è solo relativa – un governo come questo c’avrà pure le sue criticità, ma come tutti i governi di destra, è bravo a rimanere unito. Non tanto per una questione di affinità di interessi (infatti il premierato riguarda praticamente solo FdI, l’autonomia differenziata LSP e la riforma della Giustizia FI), ma di un comune odio per la sinistra italiana moderna, rammollita, inutile e insopportabile. È un po’ il nostro personale cordone sanitario, l’attuale coalizione di governo, solo che in Germania serve per non far governare i neo-nazisti, qua sembrerebbe più il contrario… ma non voglio addentrarmi nel discorso.
Solo che ultimamente qualcosa scricchiola. Dopo il voto sul testo del Libro Bianco per la difesa europea in Eurocamera, la maggioranza si è inevitabilmente divisa: in mancanza di una vera e propria linea politica da parte di FdI, che sul piano di riarmo rimane ancora ambigua, per tenersi buoni sia Trump che l’Europa, il voto contrario della Lega ha riportato a galla vecchi dissapori tra i due mastini di Meloni. In particolare, per quanto riguarda il caso Bellomo, deputato ex leghista passato proprio a FI. Domenica scorsa, infatti, su Repubblica, il vicesegretario di LSP Claudio Durigon ha punzecchiato Tajani sul suo sostegno a von der Leyen, consigliandogli di “farsi aiutare” nel rapporto con gli USA. Non ha tardato la risposta del vicepremier, che ha parlato di “partiti populisti quaquaraquà, pronti a saccheggiare i nostri pascoli”, salvo poi smentire qualsiasi riferimento alla Lega.
In effetti Salvini non sembra esattamente l’uomo d’onore che la politica di destra raccomanda. Proprio sulla questione guerra, ora è un convinto pacifista, ma: “Il mio modello è la Svizzera, dove su 8 milioni di cittadini ci sono 4 milioni di armi” (Omnibus, 2017), oppure: “Facciamo bene a studiare i costi, i modi e i tempi per valutare se, come e quando reintrodurre il servizio militare obbligatorio” (Rai News, 2018). Certo, la coerenza a destra è merce rara, la stessa Meloni, che si era molto compromessa sull’Ucraina, ora che Trump negozia con Putin, è costretta a smentirsi praticamente da sola: “Non credo di aver mai usato la parola ‘vittoria’ rispetto alla guerra in Ucraina” (intervento alla Camera, 19/03/2025), però: “Parlare di ricostruzione dell’Ucraina vuol dire scommettere sulla vittoria dell’Ucraina” (visita a Kiev, 21/02/2023). E non solo Meloni: due settimane fa, Bocchino, il trombettiere di FdI, da Sommi, in merito all’aggressione russa, ha citato lo stesso Diritto internazionale che il Governo non ha esercitato durante il caso Almasri, oppure Francesco Giubilei, direttore scientifico della Fondazione Alleanza Nazionale, che da Floris martedì scorso, sempre sulla questione ucraina, se l’è presa con l’opposizione – che novità – perché non fa altro che abbaiare contro il Governo, non rendendosi conto di star abbaiando lui stesso contro Piccolotti (AVS), presente in studio.
Insomma, un periodaccio per Meloni, che giustamente, tipo cortina di fumo, ricaccia Ventotene, per non far capire più un cazzo a nessuno.